Ponendo in correlazione la decostruzione materica di Frank Gehry ad Arles con l’antica Abbazia di Montmajour, e il rigore ottico della Fondation Vasarely con le piramidi di sale di Salin-de-Giraud, la fotografia rivela come l’architettura contemporanea assorba, mimi o contrasti i segni del proprio territorio.
Un organismo architettonico o edificio si qualifica per come occupa lo spazio, per la sua facciata e per gli spazi interni, un paesaggio si qualifica per le sue invarianti cioè i segni che lo caratterizzano: usando la macchina fotografica come bisturi si può tagliare via il superfluo e il contesto per rivelare la “matrice” e l’anatomia nascosta degli edifici e delle componenti ambientali. La macchina fotografica non serve più a documentare la facciata o il paesaggio, ma a indagare criticamente come l’edificio sia stato concepito e costruito e come il paesaggio si sia evoluto e continua a vivere.
La pratica non è nuova, Paolo Portoghesi è ben noto per avere letteralmente “sezionato” e smembrato gli organismi architettonici del barocco attraverso inquadrature ravvicinate, scorci inusuali e viste dal basso o zenitali.
Nel viaggio sono sempre alla scoperta di edifici e paesaggi. Accade a volte, come recentemente in Francia, che la scoperta generi una analisi e la gioia di godere del bello si appoggi ai risultati della investigazione anatomica architettonica e paesaggistica.

Nel sud della Francia, tra la Provenza e la Camargue, il paesaggio costruito offre un terreno di studio perfetto per questo esercizio visivo alle varie scale. Che sia anche per questo che Arles ha il Festival della fotografia ?

Comunque sia, l’Abbazia di Montmajour,che si erge come un prolungamento naturale dello sperone roccioso calcareo su cui fonda, mi ha stregato appena l’ho vista arrivando da Nord. Con ancora negli occhi l’immagine delle piramidi di sale alla foce del Rodano ( i minerali sciolti formano sempre piramidi fotogeniche ma quelle di sale con il loro candore hanno qualcosa in più) lo sperone di roccia a sinistra della strada che dolcemente sale tutto occupato dalla imponenza della torre che si erge tra gli altri edifici del complesso non solo incutono rispetto ma costringono a fermarsi.
La Camargue con i suoi paesaggi incredibilmente larghi (Foto1) rafforza la imponenza dell’Abbazia benedettina quale complesso monastico fortificato che si trova a pochi chilometri dall’edificio LUMA progettato nel 2014 (e inaugurato nel 2021) dall’architetto Frank Gehry ad Arles.

Il complesso della Abbazia è un organismo complesso molto articolato e che copre storicamente un considerevole periodo storico (dal X secolo al XVIII secolo). Le sue parti si integrano non sempre facilmente dal punto di vista visivo ma spiccano per rilevanza, ostentando componenti architettoniche e costruttive a varia scala che la caratterizzano in modo unico.
Le pietre di calcare usate per la costruzione caratterizzano le superfici esterne degli edifici: primo tra tutti la torre, poi gli sbalzi, gli archi, i passaggi, le volte interne e gli spazi ipogei. Al leggero bugnato ( quel tanto che basta perché la luce si adagi drammaticamente sulle pietre in modo che l’ombra viva) fa riscontro la levigatezza difficile da immaginare se non la si sfiora con la mano dei blocchi interni mentre il palmo apprezza la fierezza della firma degli scalpellini di dieci secoli fa certi di avere posto in opera un oggetto fatto a mano alla perfezione.

Le pietre fuori incutono rispetto, le pietre dentro avvolgono delicatamente.

Lasciando con difficoltà ( quante prospettive sono rimaste inesplorate dall’obiettivo durante la visita ? Troppe forse .) il complesso della Abbazia non dopo avere goduto di un paio di mostre del Festival della Fotografia di Arles, ospitate in sale che da sole giustificano qualsiasi allestimento, a pochi chilometri si entra in Arles accolti dalla zona una volta industriale e ferroviaria e oggi polo di istruzione, di arte e di cultura. Anche qui la strada sale un pò, anche qui c’è una torre che però si approccia più dolcemente: il LUMA.

Questo polo culturale è dominato da una torre scultorea e decostruttivista di 56 metri, progettata da Frank Gehry e rivestita da 11.000 pannelli in acciaio inossidabile che catturano, riflettono e frammentano la vibrante luce provenzale. Le sue geometrie apparentemente caotiche traggono dichiaratamente ispirazione dalle formazioni rocciose delle vicine Alpilles come dichiarato da Gehry. Tuttavia, osservando le sue forme attraverso l’obiettivo e visitando il complesso, mi sono chiesto se Gehry non avesse tratto, consciamente o per pura risonanza visiva, una profonda ispirazione morfologica anche dalla vicina Abbazia di Montmajour. Le “tessere” del prospetto e le pietre della facciata della Abbazia condividono la stessa instabilità visiva e materica, scomponendo i volumi per esaltare i pieni ed i vuoti delle facciate, le ombre, gli angoli e gli spigoli.

Fanno sì che l’oggetto — liscio e torriforme da un paio di lati e completamente scomposto, privo di superficie principale dagli altri due — occupi lo spazio per una altezza simile alla torre di Montmajour quale attrattore di attenzione e di rispetto.
Gli spazi interni per ambedue gli edifici raccontano spazi emozionanti. Le pietre firmate dagli scalpellini di Montmajour con una impressionante esattezza di giunzioni delineano spazi coinvolgenti: entrati in questi tubi di pietra bianca si è portati dove essi terminano nella sacralità delle cappelle ipogee.

Nel LUMA la scala a chiocciola riprende la perfezione della scala della celebre chiesa di Saint Gilles, un capolavoro assoluto di stereotomia medievale così tanto studiata sin dai tempi della costruzione. E il tubo, la scultura-scivolo (“Isometric Slides” di Carsten Höller) per i visitatori, che collega il secondo piano con il livello di uscita, traccia nello spazio le stesse volute della medievale scala a chiocciola affogata all’interno del contrafforte della navata della chiesa di Saint Gilles.

E’ forse un caso che le tessere di alluminio usate da Gehry abbiano una dimensione simile alle pietre usate nella abbazia ( soprattutto nella torre) o forse quella è la dimensione giusta non solo per costruire un edificio medievale ma anche per scomporre un prospetto contemporaneo.

Diminuendo la scala, semplificando le forme e continuando a scattare in solo b/n nativo, mi sono spostato verso Aix-en-Provence accompagnato dal paesaggio della foce del Rodano e delle camelles di Salin-de-Giraud e quelle delle Saline d’Aigues-Mortes ( Salins du Midi), osservate dai remparts della città fortificata. La regolarità del quartiere Mazzarino di Aix en Provence, bell’esempio di ottimizzazione a largo spettro di lottizzazione urbana, prepara con la sua geometria rettangolare alla vista della Fondazione Vasarely disposta, quale landmark, al confine della città nuova prospiciente all’autostrada.

La Fondation Vasarely è un “centro architettonico” inaugurato nel 1976. Costituito da sedici volumi a base esagonale, è un manifesto dell’arte cinetica e soprattutto di quella ottica. Il paesaggio e il prospetto, un binomio apparentemente contrastante, svelano grazie all’obiettivo fotografico una parentela inaspettata con la geometria delle saline lontane qualche decina di chilometri. Isolando i volumi, emerge un dialogo rigoroso tra i triangoli delle piramidi delle saline e i cerchi della facciata di Fondazione Vasarely.

Da un lato l’industria estrattiva che lascia cadere il sale secondo il suo perfetto e naturale angolo di riposo, creando forme platoniche pure; dall’altro, i moduli in alluminio anodizzato dell’architettura che impongono un ritmo geometrico spietato. L’obiettivo schiaccia la distanza tra l’organico e l’artificiale.Alla fine sono due forme platoniche disposte sullo sfondo del cielo del Sud della Francia. Non a caso le forme riflettendosi negli specchi d’acqua diventano più incerte, prendono qualcosa di più umano. L’incertezza del segno avvicina la forma all’umano.

Fotografia per svelare l’anatomia. Questo isolamento fotografico funziona come un bisturi: taglia via il superfluo e il contesto per rivelare la “matrice geometrica” e l’anatomia nascosta dello spazio. La macchina fotografica non serve più a documentare la facciata, ma a indagare criticamente come l’edificio sia stato concepito e costruito. Attraverso la scelta dell’inquadratura, dei rapporti tonali e delle tessiture, l’immagine scorticata diventa essa stessa atto critico: dimostra visivamente, con la precisione di un’incisione, che l’architettura contemporanea non è mai slegata dalla morfologia profonda — naturale o storica — del suolo su cui poggia.
A proposito del bisturi : usare solo il B/N possibilmente nativo nella fotocamera.
Forme , segni, dettagli e particolari, superfici se osservati in B/N danno tutto il meglio di se stessi, si lasciano accarezzare dallo sguardo. Anche Vasarely è entrato nel merito con la sua legge sui colori : “Legge fisica: tutti i colori insieme = bianco (luce), tutti gli anti-colori insieme = nero (ombra). Di conseguenza, un’opera “nero-bianco” è la più colorata, la più densa e la più diversa dalla natura circostante, anch’essa multicolore.“
Quanti aspetti emersi lavorando sugli scatti di una settimana passata tra la Camargue e la Provenza ! Non sono partito con un programma fotografico : che preoccupazione ! Piuttosto che da qualche cavallo, fenicottero o toro sono stato colpito dall’architettura e dai segni creati dall’uomo, sì perché alla fine anche le saline non sono naturali , solo l’angolo di inclinazione lungo il quale si dispone il sale è naturale.
Eppure stavo solo viaggiando !
Mauro Salvemini